Le recensioni sono importanti


🙄 Vorrei capire una cosa…

🤔 Ma chi scarica gratis i nostri libri, lo fà solo perchè non costano nulla, o perchè veramente interessati alla loro lettura?

🙄 Perchè a fine lettura non credo che lasciare un piccolo pensiero sia così faticoso…

🤔 O forse sì? 😥

😕 Sarebbe bello saperlo, perchè per noi che cerchiamo di emergere, le recensioni sono importanti ancor più delle vendite.🤷🏻‍♀️

Laura

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Una vita da scrittore


Su Instagram, per la rubrica #unavitadascrittore oggi ho raccontato cosa vuol dire per me scrivere, e lo condivido qui con voi amici blogger.


🖋 Io ho sempre amato scrivere, e già da ragazza abbozzavo storie e cercavo di mettere insieme un romanzo.
🖋 Con costanza e testardaggine ci sono riuscita, anche se di anni ne sono passati un bel pò, sopratutto per trovare il coraggio di dare al pubblico quello che raccontavo per me sulla carta.
🖋 Per me è molto più facile mettere su carta i miei pensieri che esporli a voce, e quando m’immergo nella scrittura entro veramente nel mio essere, mi scopro e mi rivelo.
🖋 Ho sempre amato raccontare nella mia mente storie, forse anche sognarle e sperare un giorno che si avverassero, perchè diciamocelo, dentro ai libri troviamo a volte quelle vite che non possiamo o non abbiamo il coraggio di vivere.
🖋 Lasciare che qualcuno possa leggere quanto la mia mente partorisce mi riempie di gioia e di orgoglio. Sento di aver fatto qualcosa di veramente speciale.
🖋 Scrivere è quella parte di me che non potrei mai accantonare.
🖋 Ed eccomi ora qui con tanti romanzi in vendita su #Amazon che aspettano solo che qualcuno li legga e li recensisca.

Laura

Woman’s Day


Ciao dolce principessa


Ti abbiamo amato dal primo momento e tu ci hai contraccambiato incondizionatamente. Ti bastava solo una carezza e il calore del nostro affetto.

Eri la nostra compagnia, e anche se impegnativa, una gioia infinita, un esserino peloso che cresceva a vista d’occhio, talmente dolce che per noi era una gioia dividere la casa con te.

Tu che appoggiavi il tuo bel musetto sulle mie gambe e mentre io leggevo o scrivevo riposavi beata lasciandoti accarezzare.

O t’intrufolavi dietro la schiena forse per sentire più calore o solo per dimostrare la tua presenza. Come se ce ne fosse mia stato bisogno. Eri costantemente nei nostri pensieri.

Ti lasciavi accarezzare, e cercavi in continuazione le nostre coccole, ripagandole con quello sguardo dolce ed espressivo che non aveva bisogno di parole.

A te bastava averci entrambi nella stessa stanza per accoccolarti serena sul tuo giaciglio.

Altrimenti mi aspettavi impaziente dietro la porta e quando arrivavo mi correvi incontro saltellando felice.

All’ora di pranzo o cena, ti accoccolavi sui miei piedi appena mi vedevi avvicinare ai fornell in attesa che ti dessi anche solo una briciola, e se io facevo finta di niente, tu, come ti avevo insegnato, alzavi la tua zampetta e me la porgevi guardandomi speranzosa.

Se combinavi qualche marachella e venivi sgridata, abbassavi lo sguardo e ti andavi a nascondere dietro il divano per poi uscirne pian piano tirando fuori quatta quatta il tuo bel musetto quasi a chiedere scusa.

Giocavi e correvi con me, ed eri buffissima quando con il tuo osso in bocca palleggiavi con entrambe le zampotte la tua pallina gialla.

Dolcissima ti lasciavi cullare e ricoprire nelle fredde notti d’inverno dalla tua adorata copertina. La tua sola presenza era una grande compagnia.

Ti piaceva quando la sera passavo sul tuo pelo lucente la salviettina che mi aveva struccato, annusavi e scodinzolavi come se anche tu avessi bisogno di essere struccata prima di andare a dormire.

Hai amato la prima neve, e felice giocavi con i fiocchi che ti lambivano il musetto, scorrazzavi saltellando in mezzo al manto bianco fin quando le tue zampette avevano freddo e allora ti fermavi sperando di essere presa in braccio.

Il tuo buongiorno era talmente dolce che mi rallegrava ogni inizio di giornata. Conoscevi tutti i modi per farti amare, e ci donavi il tuo amore senza nessuna pretesa.

Sei rimasta troppo poco con noi, il destino crudele ha voluto dividerci. Avevamo ancora tanto da darci reciprocamente. Tu nostra fedele compagna accoccolata accanto a noi ci regalavi momenti di spasso, di risate, di gioia.

Ora che sei volata nel paradiso dei cani, e tutto d’un tratto ci hai lasciati, sentiamo un vuoto immenso. Un sillenzio assordante.

Di te son rimasti solo i tuoi giochi, le tue foto e qualche pelo incastrato tra le trame di un maglione.

Riposa in pace mia piccola principessa pelosa.

Noi ti abbiamo voluto tanto bene e speriamo un giorno di poterti rincontrare.

Non ci sono parole che possano descrivere o spiegare l’amore, perchè l’amore è quel sentimento incomprensibile che ti riempie il cuore e l’anima senza che tu lo debba cercare. L’amore che si dona e si riceve è talemente prezioso che non bisogna sprecarlo mai, neppure per un istante.

Laura

Romy ha detto…


Repost Recensione

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Hello everybody!!! Oggi vorrei consigliarvi il libro di @lauraparise0 “Le avversità non fermano l’amore” che ringrazio tantissimo per avermi omaggiato della copia in digitale del suo romanzo e per la fiducia che mi ha concesso.

Trama: Jenny è una giovane adolescente di sedici anni con una gran voglia di vivere, ma la vita purtroppo non è stato molto generosa con lei, infatti è costretta a vivere su una sedia a rotelle perché affetta da SMA. A prendersi cura di lei ci pensa il suo dolce e premuroso padre, Kevin, che fa di tutto per non farle mancare l’affetto di una madre che li ha lasciati per preferire una vita molto più comoda e agiata. A scombussolare la quotidianità di Jenny e Kevin arriva Rachel, una giovane donna la cui vita è stata segnata dalla perdita della sua piccola bambina ma grazie a Kevin e Jenny, Rachel riprenderà la sua vita in mano e cercherà di eliminare le tante paure di Kevin verso la figlia in modo che quest’ultima possa vivere la sua vita.

Con la lettura di questo romanzo il lettore prova un graduale flusso di emozioni. Inizialmente si prova una grande tristezza per la sorte toccata ai tre protagonisti, andando avanti con la lettura questa lascia il posto alla rassegnazione perché ognuno accetta la vita che gli è stata data, poi subito dopo sopraggiunge l’empatia perché i protagonisti avvertono la sofferenza reciproca e infine la rinascita, perché ognuno rinasce grazie all’aiuto dell’altro, grazie all’amore che sboccia e che guarisce le ferite anche quelle più profonde.
È una storia di sopravvivenza.
È la storia di una madre che sopravvive per la perdita della propria figlia.
È la storia di un padre che sopravvive guardando la propria figlia malata costretta a vivere su una sedia a rotella.
Ma è anche una storia di guarigione, una storia in cui bisogna guardare la vita in faccia e proseguire a testa alta perché come dice il titolo del romanzo “le avversità non fermano l’amore” anzi le avversità rendono l’amore più forte e capace di affrontare qualsiasi difficoltà.
Personalmente consiglio a tutti la lettura di questo romanzo che permette di riflettere sul destino che la vita riserva ad ognuno di noi.
Romy 📚

Non posso far altro che esser felice per queste belle parole e ringraziare Romy

Laura

Un pò di pensieri


Prima recensione


Oggi ho avuto il piacere di ricevere la prima recensione al mio nuovo libro d’amore

Grazie all’anonimo lettore

Son queste le gioie che riceve uno scrittore

Laura

Incipit (io e i miei libri)


Ciao a tutti cari lettori del mio blog.

Oggi ho deciso di lasciarvi l’incipit di ogni mio romanzo andando a ritroso dall’ultimo uscito al primo.

Qualcuno di voi potrà dire “Ma no! Ancora?” mentre ad altri potrà far piacere e invogliarli alla lettura di tutto, o di tutti i romanzi. Mi raccomando le recensioni…

Vi ricordo ovviamente che ogni mio romanzo è acquistabile o leggibile su questo sito: https://www.amazon.it/Libri-Laura-Parise/s?k=Laura+parise&qid=1536512294&sr=8-2

Iniziamo allora:

Le avversità non fermano l’amore

Jenny, capelli biondi lunghi fino al sedere dritti come spaghetti, occhi grandi verdi come due laghi di montagna, ombreggiati da ciglia lunghissime, sorriso da lasciare senza fiato, intelligenza sopra la media e smisurata voglia di affetto.  Sedici anni e ben poco da raccontare, se non di qualche baby-sitter, o accompagnatrice occasionale che ha incrociato la sua breve vita nel momento che Kevin, suo padre, non aveva la possibilità di starle accanto; dei suoi sogni che sembrano impossibili e di come stia progettando un futuro che difficilmente riuscirà a realizzare. Kevin, capelli biondi dal taglio militare, gli stessi occhi verdi della figlia, le stesse lunghissime ciglia, lo stesso sorriso con denti perfetti e bianchissimi, barba di tre giorni al massimo, la stessa intelligenza di Jenny, ma una luce triste nel suo sguardo che riflette quell’enorme peso sul cuore che si porta dentro e che lo rende a tratti cupo e pensieroso. Sentire la responsabilità di quella figlia che avrebbe il diritto di vivere una vita più serena e spensierata e godersi i suoi anni migliori, mentre quella maledetta malattia la costringe a continue terapie, le impedisce di stare in mezzo agli amici, di correre tra i prati e tuffarsi tra le onde, lo porta a odiare il mondo. Essere il solo a portare quel fardello lo fa sentire molto più vecchio dei suoi trentanove anni. Il più delle volte gli sembra di averne mille e che ogni notte passata insonne al capezzale di quella ragazzina abbia decuplicato ogni suo anno; il continuo cercare di trovare un posto dove Jenny possa finalmente avere la cura giusta lo ha prosciugato, le continue delusioni, sono ormai diventate così frequenti, tanto che ogni piccola gioia viene offuscata. Quella mattina stavo pensando di non recarmi al lavoro, avevo bisogno di cambiare un pochino aria, mi piaceva assistere le persone anziane, ma a forza di frequentare nonni e nonne, non riuscivo quasi più a stare in compagnia dei miei coetanei. La mia vita aveva preso un ritmo che non mi piaceva, ma che non avevo la forza o la volontà di cambiare, non uscivo quasi più neppure con le mie amiche, tanto che loro, a furia di sentire i miei rifiuti, si erano scocciate e avevano smesso di chiamarmi.  Da tempo avevo accantonato tutto e tutti in nome del mio lavoro e della sopravvivenza. Non sono una brutta donna, per lo meno così mi vedo io nello specchio, visto che da tempo immemorabile ormai, nessun rappresentante dell’altro sesso, mi ha fatto notare quanto io sia carina. Ho trentasei, capelli castani ribelli che mi scendono sulle spalle e un ciuffo con il quale ho perso la battaglia in troppe occasioni per voler continuare a domarlo, e che quindi continuo a spostare a destra e sinistra del volto fin quando spazientita lo schiaffo dietro le orecchie fermandolo con una molletta; i miei occhi sono dorati come quelli dei gatti, naso a patatina e labbra abbastanza carnose da non passare inosservate. Nascondo le mie tristezze dietro quell’aurea solare che fortunatamente mi ha sempre accompagnato, e che mi permette di sorridere senza sembrar falsa nonostante dentro di me si agita un mare in tempesta;

Poggioreale: l’amputazione dell’Anima

“In quell’inferno chiamato luogo di detenzione” come lo definì il figlio di chi lo aveva progettato, il cui nome è Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, accadono tanti misteri che nessuno vuol svelare. Il ragazzo, per sua sfortuna, fu uno dei primi ospiti della prigione e poco tempo dopo esservi rinchiuso scrisse una lettera al padre “Caro papà senza volerlo hai progettato l’inferno…”. E, come disse l’ex ministro di grazia e il dott. Flick, Poggioreale era ed è un carcere senza padroni e senza regole. Un luogo dove non esistono né diritti né doveri, proprio come entrare nell’inferno sia che vi si entri da detenuto che da guardia. Poggioreale, il racconto dell’Anonimus: Con alle spalle un’infanzia piena di privazioni, una gioventù vissuta in mezzo a traumi, privazioni, persone malvage e prive di scrupoli, l’Anonimus decise di arruolarsi nella polizia penitenziaria per divenire un paladino della giustizia. Inconsapevolmente credeva di entrare in un mondo dove la parola legalità aveva il suo vero significato. Ma mai, nonostante tutto quello che aveva già visto e patito alla sua giovane età, avrebbe pensato di entrare in un mondo che era tutto il contrario di quello che lui da fuori immaginava. Dopo l’addestramento e l’aver prestato servizio nel corpo di polizia penitenziaria di parecchie carceri Italiane, l’Anonimus venne trasferito alla Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, e assegnato al “reparto Speciale” che comprende il padiglione Venezia, il padiglione Torino e l’Osservazione. Il suo padiglione di competenza era il padiglione Venezia che si trova a fianco del padiglione Torino e dell’Osservazione. In quell’epoca, negli anni ’90, il comandante del carcere era Vincenzo Santoriello, poi sostituito dal comandante Gennaro Pergameno. Nel reparto Venezia, il reparto dove l’Anonimus prestava appunto servizio, vengono rinchiusi i boss, coloro che sono a capo di famiglie camorristiche o mafiose, quindi detenuti ritenuti molto pericolosi, per i quali vi deve per forza di cose essere un maggiore controllo da parte delle guardie di sorveglianza. Nel reparto Torino vengono reclusi i luogotenenti dei boss mentre il reparto Osservazione, nonostante fosse stato pensato per quei detenuti con manie suicide perché dispone di celle di isolamento, in realtà veniva e forse viene ancora tutt’oggi utilizzato anche come reparto punitivo. E qui parte la nostra storia della casa circondariale di Napoli Poggioreale, storia che può vestire tranquillamente anche buonissima parte delle carceri italiane, con rare eccezioni. Storia ambientata negli anni ’90 ma che purtroppo si ripete ancora oggi trent’anni dopo. Storia di uomini, siano essi detenuti o guardie, racconti di soprusi, di errori, di mancanze, di inadeguatezze, di giustizia negata o mal interpretata, un miscuglio di vicende che probabilmente alla luce del sole farebbero inorridire, ma che racchiuse tra quelle mura diventano vita quotidiana per molti esseri umani.

Cambiare identità per non morire

Non era facile riuscire a pensare lucidamente, la paura aveva iniziato ad offuscarle le idee, nessuno le aveva rivolto parola. Non riusciva a capire quel rapimento, e soprattutto perché era ancora viva. Che cosa significava tutto questo? Avrebbe tanto voluto sentire, come a Como, la voce rassicurante di Jack che le diceva che tutto sarebbe andato bene, che non correva rischi che lui era lì vicino a lei, invece a parte quel rumore di acqua in lontananza, tutto era terribilmente silenzioso e sinistro. A casa, Elisa e lo zio Jack cominciavano ad aggirarsi preoccupati tra il salotto e la porta d’ingresso. «Non è da Miriam non avvisare se ritarda» «Elisa sta tranquilla si sarà fermata a chiacchierare con qualche compagna di palestra» ma anche alle sue orecchie quelle parole rassicuranti risuonavano false. Miriam per quanto ribelle non aveva mai mancato di comunicare un suo minimo cambio di programma, sapeva come tutti loro vivevano nel terrore di essere ritrovati, che ogni piccolo cambiamento poteva gettare nel panico sia la madre che il padre. Ormai erano passate da parecchio le sei, era in ritardo di più di un’ora, non poteva restare ancora a casa ad aspettare, doveva cercarla. Senza farsi notare da Elisa aveva tentato più volte di chiamarla al cellulare, ma suonava sempre a vuoto. Decise che era il momento di fare un giro. «Vado verso la palestra, probabilmente la incontro strada facendo» Era l’ennesimo tentativo per calmare Elisa, mentre dentro di lui tutto ribolliva di terrore. Giunto all’incrocio aguzzò la vista verso tutte le direzioni con la speranza di scorgerla intenta a discorrere. Una striscia scura di pneumatici attirò la sua attenzione e un crampo di paura gli strinse lo stomaco. Poco distante vicino ad un cespuglio il trillo di un cellulare gli fece distogliere lo sguardo. Si chinò per raccoglierlo, era il cellulare di Miriam, anche un’amica stava tentando di chiamarla. Si diresse come una furia verso la palestra. Le strade erano pressappoco deserte, non incrociò nessuno a parte un vagabondo. Le luci nel locale erano ancora accese, ma la porta principale era chiusa dall’interno. Iniziò a battere contro il vetro fin quando vide un’ombra avvicinarsi. Era la donna delle pulizie «È chiuso» urlò da dentro senza dar cenno di voler aprire «Non c’è più nessuno» «Dove posso rintracciare il proprietario?» «Mi spiace non ne ho idea» Miriam aveva ripreso ad urlare «Cosa volete da me? Perché mi avete rapita» Mentre tra sé e sé continuava a ripetere “Jack dove diavolo ti sei cacciato! Proprio adesso che ho bisogno di te non ci sei!” Lacrime iniziarono a bagnare la pesante benda che le copriva gli occhi, mentre in lontananza il rumore metallico delle ruote del treno che sferragliavano sui binari le indicarono che oltre ad essere nelle vicinanze di un corso d’acqua si trovava vicino alla linea ferroviaria. Non che potesse esserle di grande aiuto, Exeter era costeggiata dalla ferrovia e dal fiume Exe, e lei poteva trovarsi ovunque. La porta della stanza si riaprì e qualcuno entrò con passi felpati

Sono una tifosa da gradinata

La presentazione della squadra ogni anno dopo le vacanze estive era il suo primo contatto con il mondo del calcio. Oramai era diventato un appuntamento fisso al quale non riusciva proprio a rinunciare, una specie di rito scaramantico. Per tutta l´estate dopo aver letto pagine e pagine di quotidiani sportivi, aver interagito con tanti altri tifosi sui social, essersi iscritta a pagine e blog esclusivamente riservati alla sua squadra del cuore, voleva conoscere i nuovi arrivati, vederli con i propri occhi, e dar un saluto, anche se da lontano, a coloro che erano rimasti, non riusciva proprio a farne a meno, la scaramanzia non era una sua priorità di vita, ma in questo caso non voleva rischiare perché da quando aveva iniziato questo rito, anno dopo anno la squadra aveva sempre ottenuto i migliori risultati di tutta la sua lunga storia, e non se la sentiva di correre il rischio, no neanche a pensarci! Ogni vero tifoso aveva il rito scaramantico cui non avrebbe mai rinunciato, e lei era una tifosa a tutti gli effetti. Trovava particolarmente interessante conoscere di persona chi era stato acquistato per quella stagione onde rinforzare ulteriormente una formazione già di tutto rispetto. Durante il periodo del calciomercato, che purtroppo  non si era ancora chiuso e poteva portare ulteriori buone sorprese o sconvolgimenti, i giornali e giornalisti locali e nazionali avevano sbandierato ai quattro venti tutte le notizie possibili ed immaginabili, quanti miliardi che erano stati spesi per tizio e caio, quanto era l’ingaggio di uno o di un altro giocatore, tanto che con tutti quei numeri, il gioco e l’atto puramente sportivo avevano perso parecchio del loro fascino, tanta magia si era persa in tutti quegli zeri, ma non riusciva a disinnamorarsene. Essere tifosi di una squadra piuttosto che di un’altra era qualcosa difficile da spiegare, un po’ come un sentimento, simpatia e passione, un sentimento inspiegabile come l’amore. Come è impossibile spiegare perché ci si innamora di colui o colei, succede e basta, sarà il destino, un percorso già segnato, lo stesso paragone si può fare per una qualsiasi passione sia essa calcistica, motociclistica o quant’altro. La passione nasce dentro di te con te e ti trascina a seguire sempre più da vicino l’oggetto amato, l´amore non ti fà ragionare con la testa, solo con il cuore, e il cuore non smetterà mai di battere per questi meravigliosi colori che ti hanno conquistato, ovunque essi siano, contro chiunque e qualunque avversità la fede del vero tifoso non si esaurirà mai, colui o colei girerà il mondo sempre orgoglioso di portare indosso quei colori, andrà sempre fiero e a testa alta con la sua bandiera, non si vergognerà mai di cantare il suo inno, di mostrare la sua appartenenza e nessuno mai potrà rimproverarlo di non averci creduto, di non essere stato accanto di non aver lottato per la sua squadra, l´amore per quei colori porta a cercare un contatto, ad essere sempre informato e presente agli avvenimenti, che se eccezionali resteranno nella storia, e ti sentirai orgoglioso quando dirai “C’ero anch’io quel giorno che…” Ognuno aveva la sua storia particolare da raccontare, chi si era avvicinato alla squadra per via del papà che fin da piccola l’aveva portata con sé ad assistere alle partite, o perché i papà sono sempre gli eroi da emulare e di conseguenza si seguono le loro orme. Chi per via di un fidanzato o di un marito. Piuttosto che rimanere sola in casa ad aspettare mentre lui era allo stadio, aveva preferito seguirlo in quella passione che poi aveva coinvolto anche lei. Chi solo perché rimasto folgorato da quei colori, o da un particolare calciatore che militava in quella squadra. O per non sentirsi escluso nel gruppo d’amici che condividevano la stessa fede. Per lei tutto era cominciato volendo giocare con i suoi amichetti che rincorrevano la palla. Spesso però essendo femmina non le permettevano di giocare, e lei doveva restare a guardare. Il tifo vero e proprio invece era tutta un’altra cosa. Le era nato dentro quando aveva iniziato con il sentire le partite alla radio la domenica quando il papà pur di restare in casa con moglie e figli piccoli, sintonizzava la radio su “tutto il calcio minuto per minuto”. Ascoltava rapita quelle voci che raccontavano lo svolgersi delle azioni, il ribaltamento dei risultati. Spesso le capitava di chiudere gli occhi e attraverso le parole vedere le azioni da loro raccontate. Le piaceva immensamente esultare sfogando la tensione accumulata con un bel grido. Aveva quasi subito iniziato ad avere le sue antipatie e simpatie calcistiche, ma quello che bloccava qualsiasi azione stesse intraprendendo, era quando il cronista parlava della squadra del suo papà. In casa calava il silenzio, tutti restavano in silente ascolto di quanto veniva raccontato, esultavano o imprecavano quando il cronista interrompeva un altro per annunciare un gol. In casa i colori della squadra erano un po’ dappertutto. E poi c’era stato il battesimo con lo stadio!

Ascoltando il tuo cuore

L’azzurro del cielo era stupendo e guardando verso l’orizzonte dove il mare e il cielo si toccano fino a fondersi in un tutt’uno si aveva la sensazione di sconfinare con lo sguardo nell’infinito. Neppure una piccola nube faceva capolino, solo le rondini punteggiavano quella distesa azzurra, la bellezza di quel cielo d’estate era tale da lasciare senza fiato. Solo il cinguettio degli uccellini e delle rondini e il fruscio lontano del mare rompevano il silenzio di quell’alba. Giada affacciata alla finestra di quella che ancora per pochi giorni sarebbe stata la sua camera da letto, cercava di concentrarsi soltanto sulla bellezza del panorama tentando di assorbire quella pace, provando a rilassarsi respirando a pieni polmoni l’aria tiepida del mattino. Invidiava perfino le rondini per la loro palese libertà di svolazzare e cinguettare felici dove il vento e il cibo le portavano, e nello stesso tempo cercava di imprimersi bene nella mente ogni piccolo particolare di quella veduta, combattendo invano per non lasciarsi prendere nuovamente dai dubbi e dalle preoccupazioni che in quei giorni sempre di più l’attanagliavano. Quella mattina si era svegliata prima del solito con la strana sensazione che in quel particolare giorno qualcosa di speciale le sarebbe accaduto, qualcosa che avrebbe anche potuto cambiarle la vita. Era una strana sensazione ancora non ben definita, ma talmente eccitante che l’aveva strappata dal sonno e costretta ad alzarsi quando ancora tutta la casa era immersa nel silenzioso riposo. Era rimasta affacciata per così tanto tempo da riscuotersi come in trance al suono della sveglia che aveva dimenticato di disattivare. Poi il solito rituale di ogni mattina… vestirsi e prepararsi con cura anche se poi tutto sarebbe stato nascosto dal camice e dalla cuffietta. La veloce colazione e il saluto meccanico a genitori e fratelli prima di uscire di casa per recarsi al lavoro. Un lavoro che odiava, che non la soddisfaceva minimamente e che non aveva la minima idea di come fare per riuscire ad abbandonarlo. Come ogni giorno, praticamente da quando aveva iniziato a frequentare le scuole medie, prese a scendere la lunghissima scalinata che dolcemente collegava il suo quartiere natio, ubicato a ridosso di una delle tante colline che caratterizzavano la città e dalle quali si poteva godere della meravigliosa vista su di essa, al cuore frenetico della città che sorgeva sulle rive del mare in simbiosi con il porto. Durante il tragitto aveva incontrato le solite facce, conoscenze fatte nel corso degli anni che, come lei, tutte le mattine percorrevano la stessa strada per recarsi al lavoro. Taluni di loro l’avevano vista nascere e crescere, altri avevano frequentato le scuole con lei o con i suoi fratelli. Come in un piccolo borgo antico, tutti l’avevano salutata cordialmente, chi con un semplice ciao, chi scambiando alcuni pettegolezzi, chi cogliendo l’occasione per farle gli auguri per l’imminente lieto evento. Era stata dura sorridere a tutti e ringraziarli senza far trasparire sul volto, il sorriso triste che ad ogni passo, ad ogni gradino sentiva crescerle dentro e il profondo turbamento che provava nel solo sentir nominare le sue imminenti nozze. A tutti era parsa come una giovanissima sposina felice, solo un po’ ritrosa nel manifestare il suo entusiasmo e i suoi sentimenti. Aveva tenuto un contegno discreto e leggermente riservato, senza dar loro la possibilità di immaginare neppure lontanamente quello che dentro di lei realmente accadeva.

Believe in your dream 4-ever

Aveva fatto un sogno, un meraviglioso sogno… Da quando si era alzata quella mattina non faceva che sorridere, passando davanti agli specchi, guardandosi, si vedeva felice, nel suo sogno c’era davvero tutto quello che desiderava, se la giornata si fosse svolta anche solo minimamente così… “La porta dell’ufficio si era aperta lasciando entrare un sorridente Mac in tutto il suo splendore. Indossava il lupetto nero, era sbarbato e i suoi occhi riflettevano il sorriso delle sue meravigliose labbra. Tutti i propositi bellicosi di Amanda erano miseramente crollati alla sua vista “Buongiorno” – “Buongiorno” Aveva risposto lei dandogli una fugace occhiata e riportando lo sguardo sui fogli che aveva davanti. Lui con calma si era tolto la giacca, e l’aveva appesa alla sedia, mentre dentro Amanda si stava compiendo una fusione nucleare con tanto di fuochi d’artificio, la bocca si era improvvisamente prosciugata e faceva perfino fatica a respirare. Si era diretto lentamente verso di lei, le si era messo di fianco “Potresti girarti ed alzarti?” Le aveva chiesto sempre continuando a mantenere il suo sorriso poggiandole una mano sulla spalla. Amanda aveva alzato lo sguardo, e per poco non le si fermava il cuore. Mac la stava guardando con il suo solito sorriso malizioso. Tanto era emozionata, riuscire a mantener ferma la voce le costava fatica “E per quale motivo?” “Ohhh Mandy…” Aveva sospirato lui “Ohhh Mac” Lo aveva preso in giro lei scimmiottando il suo ton “Perché dovrei alzarmi?” Chiese, anche se mentre lo diceva, era già in piedi persa tra le sue braccia “Perché dobbiamo cominciare la conta di quei mille baci e mille abbracci…” Non poteva far altro che sentirsi ottimista, non poteva essere altrimenti… aveva fiducia, una fiducia cieca in Mac, era certa che in quel periodo lui avesse soppesato per bene tutte le sue parole, che quel messaggio che gli aveva mandato prima di capodanno con i suoi sogni e i suoi desideri, in fondo fossero anche gli stessi che aveva lui. Si, Mac non era il tipo di persona che prende le sue  decisioni su due piedi, lui era un tipo riflessivo, che ponderava a lungo su ogni situazione prima di agire o di esprimersi. Di tempo ne aveva avuto a sufficienza, ora non le restava che sentire cosa le avrebbe detto appena i loro sguardi si fossero incrociati. Mac entrò nell’ufficio con una strana espressione in volto “Buongiorno e buon anno” Le disse senza sorridere “Siamo ancora in tempo per augurare buon anno?” Lui parve un tantino sorpreso dalla domanda di lei “Direi di si, in fondo siamo solo ai primi del mese… sarebbe stato strano se mi fossi presentato a dicembre con gli auguri no?” Ma il suo non era il solito tono gioviale e scherzoso “A dire il vero di strano qualcosa c’è stato…” Provò a ribattere Amanda “non ti sei neppure fatto sentire con un misero sms” lui emise un piccolo sbuffo prima di rispondere, quasi che non fosse assolutamente necessario dar spiegazioni “Non ho scritto a nessuno, perfino i miei genitori si son lamentati… ma son rimasto tutta la sera a casa tranquillo” “Eppure non hai mai mancato di mandare gli auguri… che stranezza!” Gli rispose Amanda facendo una smorfia quasi incredula “Si quest’anno mi han scritto in tanti ma io non l’ho fatto con nessuno” “Mah!” Che razza di strano comportamento… non riusciva a capirlo “Dai che dobbiamo andare dal preside” “Adesso?!?!” Chiese lei molto stupita “Si adesso” Rispose lui seccamente. Entrati nell’ufficio del preside, si sedettero di fronte alla sua grande scrivania, e dopo i convenevoli del caso, il preside prese la parola “Amanda, come ben sa Margareth se n’è andata…” Lei annuì senza proferir parola e lui proseguì schiarendosi la voce “Ecco… quello che stò per dirle… potrebbe essere una sorpresa per lei… o forse no. Dipende… beh…” Sembrava in palese difficoltà “Ecco… le devo comunicare che… anche Mac ha deciso di lasciare l’istituto per dedicarsi unicamente all’insegnamento universitario” Amanda sorpresa lo guardò sgranando gli occhi per poi volgersi alla sua destra verso Mac, come per ricevere conferma a quelle parole. Alcune lacrime le avevano  appannato la vista, fù un tale shock!! Sentì un nodo in gola che le impediva di parlare, mentre lui affermava quanto detto dal preside con un cenno del capo. Tutto quello che venne detto in seguito lei non lo ascoltò neppure, era stordita dal battito furioso del suo cuore che le martellava in petto e nelle orecchie, stentava a fatica a trattenere le lacrime e le tremavano le mani. Si torturò per tutto il tempo le unghie, non le importava di sembrare una bambina, non riusciva davvero a comprendere il perché di tutta quella messa in scena. Rientrati nell’ufficio non riusciva a proferir parola, avrebbe voluto tempestarlo di domande, ricoprirlo d’improperi, urlare a squarcia gola tutta la sua rabbia… Con tono grave riuscì solo a dire “Game over! Grazie per aver partecipato”

4-You only the best

“C’è troppo caldo in questa stanza.” Si era lamentata Amanda sentendosi le gote in fiamme. “Sarà per via della mia presenza, ho il sangue molto caldo io.” Aveva risposto Mac guardandola con uno sguardo birichino, accompagnato dal suo solito sorriso malizioso e accattivante. Anche Amanda l’aveva guardato, sorridendo a sua volta, e con tono scettico disse: “Si certo… se lo dici tu!” “Non mi credi?” La guardò lui, dubbioso. “Non metto in dubbio la tua parola, ci mancherebbe altro, ma non potrebbe essere per via del sole che picchia sulle finestre?” “Forse…” Mac continuava a sorridere sornione, ma dal suo sguardo trapelava tutt’altra convinzione. “Sei una vera peste Mac, non vorrei essere nei panni di tua moglie.” Sorridendo e scuotendo la testa, Amanda uscì dall’ufficio con in mano una pila di documenti da catalogare. Mentre percorreva il corridoio, sorrideva tra sé al pensiero di Mac che riusciva sempre a metterla di buonumore. Scambiare quattro chiacchiere con lui, parlando anche di futilità, aveva il potere di farle dimenticare quel rompiscatole del collega di francese oppure Margareth, la sua più grossa spina nel fianco. “Sono di nuovo io” disse Amanda rientrando, “ci sono un paio di cose che vorrei discutere con te.” “Aspetta un attimo, fammi finire qui, ma vieni pure a sederti accanto a me.” Le rispose Mac. Era intento a terminare la relazione che doveva proporre al consiglio d’istituto ed era molto concentrato. Mac era un docente di matematica e copriva anche il ruolo di vice preside in quell’istituto. S’impegnava tantissimo con i suoi alunni, ma doveva alternare l’insegnamento con le questioni burocratiche che il preside amava scaricare sulle sue spalle. Amanda sapeva quanto lui adorasse impegnarsi per risolvere ogni piccolo inconveniente nel minor tempo possibile e di come investisse il suo tempo libero per portare a termine ogni impegno, anche a scapito dei suoi interessi. Lo ammirava per questo e non perdeva mai occasione per punzecchiarlo, facendogli notare che alla fine dei conti nessuno l’avrebbe mai ringraziato. Si conoscevano ormai da quasi cinque anni, ed era stato proprio grazie a lui che Amanda aveva ottenuto il posto in segreteria, dopo un periodo lavorativo non tanto favorevole. Fin dal primo giorno tra i due si era instaurato un ottimo rapporto di stima e amicizia; i loro discorsi toccavano svariati argomenti confluendo anche nel personale. Amanda aveva conosciuto tutto del suo passato, dalle sue passioni ai suoi percorsi formativi, consapevole delle difficoltà incontrate per via della sua provenienza. Era nato in un paese poverissimo dal quale tutti scappavano e nonostante fosse legatissimo alle sue origini, non si era mai adagiato sugli allori come tanti suoi conterranei. Non aveva mai chiesto aiuti a nessuno e non si aspettava di certo regali da qualcuno. Era capacissimo di svolgere anche due o tre lavori contemporaneamente, un vulcano d’idee per sempre nuovi progetti. Dopo due anni, che lavoravano insieme, proprio nel giorno di San Valentino, complice una serie di questioni burocratiche che l’avevano costretto a posticipare il giorno delle nozze proprio per quella data, Mac alla fine si sposò. In fondo è un aspetto molto romantico…

Spero di avervi incuriosito con i vari aspetti e le varie tematiche da me toccate.

Non ho aggiunto l’incipit del libro di poesie “Come due gocce” perchè le averte già lette nei miei post passati, nè del libro delle ricette perchè vi lascio di tanto in tanto qualche chicca.

Grazie per essere arrivati fino qui in fondo.

Laura

Un carciofo al posto di un fiore


Facendo la spesa dal fruttivedolo mi son stati regalati due magnifici esemplari di carciofo mammola. Il negoziante mi ha detto “non ho mazzi di fiori da offrirti per San Valentino, ma ti regalo questi due carciofi per te e il tuo amore”.

Regalo graditissimo, io adoro i carciofi! E di questi due magnifici esemplari non ho sprecato praticamente nulla se non la buccia del gambo. Sperando che Paola Bortolani del blog https://www.primononsprecare.it/ non mi tiri le orecchie per questo spreco 🙂 Scherzo ovviamente, anche se mentre cucinavo ho proprio pensato a lei e al suo amore per il reciclo.

Bene, io in ogni caso con questi due tenerissimi e magnifici carciofi, ho preparato un delizioso condimento a base di carciofo e gorgonzola per il mio piatto di pasta, e una crema al carciofo come base per un delizioso piatto di cannellini in bianco.

Per il condimento della pasta, ho utilizzato la parte interna dei carciofi compreso il gambo, per la crema tutti gli scarti.

Pasta carciofi e Gorgonzola

Ingredienti: 2 carciofi puliti e tagliati a fettine sottili, 1 spicchio d’aglio, 1/4 di cipolla bianca, 1 ciuffo di prezzemolo, dado alle verdure q.b., pepe, 1 cucchiaio di olio d’oliva, 120 g di gorgonzola dolce, parmigiano q.b.

Ho pulito e affettato i carciofi e tuffati in acqua e limone. Tritato la cipolla e messa a rosolare con lo spicchio d’aglio. Quando la cipolla si è ben dorata ho aggiunto i carciofi sgocciolati, fatti insaporire, tolto l’aglio, spolverato di prezzemolo tritato, ho aggiunto il dado e un pò d’acqua calda per portarli a cottura. Una volta cotti, e asciutti, ho spolverizzato con il pepe e aggiunto il gorgonzola tagliato a pezzetti. Coperto la padella e lasciato sciogliere a fuoco spento. Ho scolato la pasta al dente, versata in padella, ho aggiunto un mestolo di acqua e fatto saltare finchè non si è ben amalgamata. Ho servito con una spolverata di pepe, prezzemolo tritato e di parmigiano.

Crema di carciofi e cannellini

Per la crema di carciofi, ho utilizzato lo stesso procedimento sopra con gli scarti, non facendo asciugare del tutto, poi ho frullato il tutto e passato al setaccio in modo da togliere i filamenti delle foglie esterne, che inevitabilmente son rimaste dure. Lo scarto della crema, i miei cani lo hanno gradito moltissimo, nonostante i filamenti ;-).

Per i cannellini in bianco, ho tritato la cipolla, fatto rosolare in un cucchiaio di olio, aggiunto la pancetta a cubetti e fatto ben isaporire con un pizzico di peperoncino, ho aggiunto i cannellini sgocciolati, e saltati in padella per alcuni minuti.

Versato la crema sul fondo dei piatti e sopra ad essa i cannellini.

Che ne pensate? Fatemi sapere nei commenti. Basta un pò di fantasia e buona volontà e si crea con poco dei piatti squisiti.

Laura

Torta cioccolatosa all’whisky e peperoncino


Torta cioccolatosa all’whisky e peperoncino mia ricetta.

Pan di spagna al cioccolato (da preparare il giorno prima)

Ingredienti:

1 yogurt alle nocciole
2 uova
1 cucchiaio di semi di chia
1 cucchiaio abbondante di cacao
2 vasetti e 1/2 di farina O
1 vasetto di zucchero di canna
1/2 vasetto di olio di semi di girasole
1 bicchierino di whisky
Un pizzico di sale
Un pizzico di bicarbonato
1/4 di bustina di lievito per dolci

Mescolare la chia con lo yogurt e due cucchiai di acqua.
Montare gli albumi e lasciarli da parte
Montare i tuorli con lo zucchero e un pizzico di sale
Aggiungere lo yogurt con la chia, il cacao, l’wisky e l’olio. Mescolare bene. Quindi la farina setacciata con il lievito e il bicarbonato.
Mettere a cuocere in un tegame di 20 cm di diametro foderato di carta forno, in forno caldo a 180° C per ca. 25 min.
Far raffreddare, sformare su un piatto e coprire con il tegame fino al momento della farcitura.

Farcia:
250 ml di panna vegetale non zuccherata da montare
1 tavoletta di cioccolato fondente
1 cucchiaino di zucchero di canna
1 cucchiaino di peperoncino in polvere

Montare la panna lasciandone un cucchiaio da parte.
Sciogliere a bagnomaria il cioccolato con il cucchiaio di panna e lo zucchero
Versarlo quando tiepido nella panna montata mescolare delicatamente e porre in freezer per 10 minuti.

Farcitura:
Mescolare 1 bicchierino di whisky con alcune gocce di essenza alla vaniglia e un bicchierino di acqua (anche meno a seconda dei gusti)


Tagliare il pan di spagna in tre dischi.
Spennellare il primo disco con la miscela acqua/whisky.
Dividere in due la crema. Farcire il primo disco con metà crema, posizionare sopra il secondo, spennellarlo e farcire con la restante crema, ricoprire con il terzo disco e spennellarlo ancora.
Bagnare il pan di spagna più o meno a piacere.

Sciogliere a bagnomaria 80 g di cioccolato fondente amaro con 1/2 cucchiaino di polvere di peperoncino. Versarla sulla torta e livellare. Per decorazione tagliare un piccolo peperoncino a metà.

Foto mia

Brutta ma… buona

Laura