Intervista a Laura Parise


1) Quando è nata la passione per la scrittura? Come? A quale età? Da quel momento in poi è cambiato il suo rapporto con la scrittura?

-La passione per la scrittura credo sia nata con me e io, poi, l’ho sviluppata dapprima a scuola quando mi dilettavo nella stesura di lunghissimi temi tanto da non riuscire quasi mai nel tempo concesso a consegnare in tempo la bella copia e la povera Prof di turno era costretta a destreggiarsi nei miei appunti.

2) Perchè ha deciso di scrivere “Poggioreale: l’amputazione dell’anima”?

-Ho deciso di scrivere “Poggioreale: l’amputazione dell’Anima” dopo aver avuto l’occasione di ascoltare alcuni racconti da parte dell’Anonimus che mi hanno davvero sconcertato tanto da far nascere in me, il desiderio di poter metterne a conoscenza di tali atrocità, più persone possibili, anche coloro che probabilmente, immaginano in parte, quello che accade dietro a quelle mura.

3) Quanto tempo ha impiegato per la stesura del suddetto libro?

-Per la stesura ci sono voluti un paio di mesi, perché dapprima ho dovuto riordinare bene le varie informazioni ricevute e in parte, perché ho voluto anche prendere informazioni in merito.

4) Che sensazione prova quando sa di aver finito la stesura del suo libro e che valore ha la scrittura per lei?

-Esaltazione per essere riuscita nel mio intento. La scrittura ha un grandissimo valore per me perché attraverso di essa riesco a esprimere le mie sensazioni molto meglio che a voce.

5) Ha delle abitudini durante la scrittura di cui non può fare a meno? C’è un luogo in cui trova il suo “spazio di scrittura”? O semplicemente dove trova ispirazione?

-Non ho particolari abitudini, se non quella di voler avere silenzio intorno a me, perché quando scrivo m’immergo in un’altra dimensione. L’ispirazione viene anche solo da un piccolo particolare, una frase, un’esperienza, un desiderio o un ricordo.

6) Chi decide, in questo caso lei, di scrivere un libro, parte già avendo un’idea ben delineata o sapendo almeno cosa si vuole scrivere o guardando un foglio bianco butta giù tutti i suoi pensieri?

-Quando decido di scrivere un libro, solitamente parto già con un’idea di base che cresce nella mia testa, non faccio appunti, ma è scrivendo che man mano la storia prende corpo o meglio vita e, sembra strano a dirsi ma, s’appropria delle mie dita e traccia il testo.

7) La sua vita è cambiata in qualcosa da quando scrive?

-Benché io abbia sempre scritto qualcosa, sono approdata da soli sei anni nel mondo degli scrittori, ho sempre avuto quaderni o diari dove scrivevo le mie storie, ma fino a quando il mio impegno di madre e donna che lavora mi teneva occupata, non ho tentato, per così dire, la via della scrittura, tenendo questa passione socchiusa in un cassetto. Ora che ho più tempo a disposizione e la famiglia e il lavoro non mi assorbono più al cento per cento, ho finalmente la possibilità di dedicarmi ad essa quasi ogni giorno.

8) Volevo chiederle, quali sono 3 libri che le sono piaciuti particolarmente o le hanno insegnato qualcosa di veramente importante?

-Difficile fare una classifica dei libri che mi sono piaciuti particolarmente perché a modo suo, quasi ogni libro lascia e insegna qualcosa.

9) Infine cosa direbbe ai lettori di adesso?

-Direi che chi ama leggere ha in mano una grandissima arma, perché leggere aiuta a comprendere, mantiene la mente allenata e insegna anche quando crediamo che quel tale testo in realtà non ci abbia lasciato nulla. Forse non ce ne rendiamo conto in quel momento ma, arriverà l’imput al momento giusto e sarà allora che ci ricorderemo di quelle parole che abbiamo letto.

10) Che sensazioni e pensieri le ha provocato entrare nella realtà del libro che ha scritto?

-Scrivere questo libro mi ha creato qualche difficoltà nel senso che non è stato facile essere superpartes e non pendere da una o dall’altra parte. Quello che accadeva e forse accade ancora dentro un carcere, in questo in particolare, è molto crudele. Certo le persone che lo ospitano non sono degli angioletti, ma certe torture sono decisamente esagerate. Dall’altra parte comprendo anche la frustrazione di chi, a volte, è costretto a eseguire ordini che sono completamente assurdi facendolo poi diventare quasi al pari di chi sta punendo. È difficile parteggiare per gli uni o per gli altri, chi lavora sotto pressione in quei luoghi rischia spesso non solo l’incolumità personale, ma anche la propria psiche. La sensazione è di sconcerto, incredulità e tristezza.

La trovate anche nel blog di Elena che ringrazio di cuore

Laura

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